GIOVANNI TARCAGNOTA
a cura di Gennaro Tallini
aggiornata al 30 gennaio 2012
Biografie, bibliografie e monografie
La biografia di Giovanni Tarcagnota, sinora non completamente documentata nonostante la notorietà raggiunta in vita con la pubblicazione delle Historie del mondo (Venezia, Tramezino, 1562), della Favola d’Adone (Venezia, Tramezino, 1550) e di diversi volgarizzamenti da Plutarco, Galeno e Svetonio, offre importanti possibilità di ricerca poiché, finora, è stata desunta solo dalle scarsissime note che egli stesso ha sparso nelle sue opere e nelle prefazioni ad alcune sue edizioni a stampa. È quindi con interesse che vanno lette le tracce manoscritte scoperte presso la Biblioteca Civica “Bertoliana” di Vicenza, mss. 383-388, e la lettera con cui il figlio Metello chiede a Cosimo i finanziamenti per la pubblicazione delle Historie del mondo alla fine del 1554. Altri documenti d’archivio, riguardanti, più che Tarcagnota, la sua famiglia fino al 1620, sono invece conservati presso l’Archivio Comunale e la biblioteca del Centro Storico Culturale di Gaeta, sua città natale.[1]
Tali documenti smentiscono la biografia accertata fino a Benedetto Croce, rettificando perfino la data di nascita, non più collocata arbitrariamente negli anni Novanta del Quattrocento, ma posta intorno al 1508.[2]
La versione vulgata della biografia di Giovanni Tarcagnota risale a Francescantonio Soria (Memorie storico-critiche degli scrittori napoletani […], tomo ii, Napoli, nella Stamperia Simoniana, mdcclxxxi-mdcclxxxii, pp. 583-585) ed è stata ripetuta acriticamente da molti autori successivi. Al Soria si deve anche la notizia, sicuramente irrealistica, della morte di Tarcagnota in Ancona, sulla base della testimonianza datane da Francesco Scotto nel suo Itinerario d’Italia, in Roma, a spese di Fausto Amidei mercante di libri al Corso, nella stamperia del Bernabò e Lazzarini, con licensa de’ Superiori, mdccxlvii.
Ma le notizie date dallo studioso napoletano risalgono, per qualche verso, ad altri autori o precedenti o contemporanei a lui, quali Pietro Rossetto, Breve descrittione delle cose più notabili di Gaeta […], Napoli, Domenico Antonio Parrino & Michele Luigi Mituij, 1675, p. 27; Niccolò Toppi, Biblioteca napoletana et apparato a gli Homini illustri in lettera di Napoli e del Regno […], in Napoli, appresso Antonio Bulifon, all’Insegna della Sirena, 1678, p. 122; Niccolò Toppi – Lionardo Nicodemo, Addizioni copiose […], Napoli, Salvador Castaldo, 1683, pp. 107-108; Filippo Argelati, Biblioteca de’ volgarizzatori, o sia notizia delle opere volgarizzate d’Autori, che scrissero in lingue morte prima del secolo xv. Opera postuma del Segretario Filippo Argelati bolognese. Tomi iv coll’addizioni e correzioni di Angelo Tedoro Villa milanese, comprese nella parte ii del tomo iv, Milano, per Federico Agnelli Regio Stampatore, mdcclxvii: tomo i, pp. 153-154; tomo ii, p. 107; tomo iii, p. 254 e 263-265; e Giovanni Battista Tafuri, Istoria degli scrittori nati nel regno di Napoli […], t. iii, 4, Napoli, nella Stamperia di Felice Carlo Mosca, 1744-1770, tomo iii, parte iv, p. 99-102. A essi vanno aggiunte le Memorie istoriche della fedelissima città di Gaeta, ms., BMC (s.d. ma 1735 circa, c. 141r) dell’abate cassinese Erasmo Gattola e la Biblioteca dell’eloquenza italiana di Monsignor Giusto Fontanini arcivescovo d’Ancira con le annotazioni del signor Apostolo Zeno istorico e poeta cesareo cittadino veneziano, accresciuta di nuove aggiunte, tomo ii, Parma, 1804, pp. 247-248.
Si discostano, ma non più di tanto, almeno nel considerare Tarcagnota anche poeta e non solo storico, i De’ Comentari del canonico Gio. Maria Crescimbeni custode d’Arcadia, intorno alla sua storia della volgar poesia […], in Venetia, presso Lorenzo Basegio, tomo iv, p. 156, e soprattutto il De illustribus scriptoribus […] auctore Bartholomeo Chioccarello Neapolitano […], tomus primus, Napoli, ex officina Vincentii Ursini auctoritate publica, mdcclxxx, pp. 350-351, cui si deve l’identificazione dello pseudonimo Lucio Mauro con Giovanni Tarcagnota e a cui risale la prima organica trattazione del suo catalogo editoriale.
La biografia rimane così cristallizzata che anche Napoli Signorelli (Vicende della coltura nelle Due Sicilie […], Napoli, Flauto, 1784-1786, tomo iv, pp. 278-279) e Minieri Riccio (Memorie istoriche degli scrittori nati nel Regno di Napoli, Napoli, Tipografia dell’Aquila di V. Puzziello, p. 344) ripropongono senza riprendere quanto asserisce Bartolomeo Chioccarello e soprattutto ricostruendo in maniera piuttosto arbitraria (se non romanzata) le vicissitudini veneziane del nostro.
Una segnalazione a parte merita Francesco Melzi, Dizionario di opere anonime e pseudonime, t. i, Milano, 1848, p. 398, perché per la prima volta prova ad assegnare a Tarcagnota alcune opere in “comproprietà” con Michele Tramezino, Antonio Massa, Mambrino Roseo e altri della bottega e precisamente: le Vite de diece imperatori da Svetonio, le Guerre di Napoli del Pontano, le Historie del Biondo, in una prima parte curate da Lucio Fauno alias Tarcagnota e una seconda dallo stesso editore. Altre tracce compaiono in Antonio Bertolotti, Artisti veneti in Roma nei secoli xv, xvi e xvii, «Monumenti storici pubblicati dalla Regia Deputazione Veneta di Storia Patria», s. iv, Miscellanea, vol. iii, Venezia, 1884 (che peraltro dimentica i volgarizzamenti di Galeno e Ficino), Memorie storiche della Città di Gaeta per il Conte di Castelmola D. Onorato Gaetani d’Aragona, Caserta, Giuseppe Turi e Figli, 1885, p. 151, e soprattutto in Benedetto Croce, Michele Marullo Tarcaniota. Le elegie per la patria perduta e altri suoi carmi. Biografia, testi e traduzioni con due ritratti del Marullo, Bari, Gius. Laterza e figli Tipografi-Editori-Librai, 1938, che, ricostruendo la biografia di Michele Marullo, zio del Tarcagnota, ricostruisce l’intero albero genealogico della famiglia e le peripezie successive alla fuga dalla Morea. Croce, peraltro, prendendo per buone le notizie proposte dagli studiosi settecenteschi, avanza comunque qualche dubbio sulle loro ricostruzioni, sia pure in funzione della sola biografia del Marullo e non di quella del nipote. Eppure, proprio il lavoro crociano di ricostruzione storica rappresenta un punto di svolta essenziale nella biografia anche del Tarcagnota poiché, per la prima volta, si considera appieno anche il patrimonio culturale che è parte della formazione di entrambi gli scrittori, certo derivato dall’antica discendenza paleologa della famiglia stessa.
Da Croce in poi, data anche l’autorevolezza del personaggio da cui provengono le nuove informazioni, si assiste a un nuovo fossilizzarsi delle notizie biografiche, che, integrate e combinate con le fonti precedenti (anche quando sono evidenti le discrepanze, soprattutto in merito alle edizioni a stampa), si ripetono lungo tutto il corso del xx secolo in Ottavio Morisani, Letteratura artistica a Napoli tra il ’400 e il ’600, Napoli, Fiorentino, 1958, pp. 73-81 – in cui finalmente si sottolinea il ruolo di antiquario e descrittore della città di Napoli prima della trasformazione voluta da Pietro de Toledo, che ha impegnato il nostro autore nella realizzazione del postumo Del sito et lodi (Napoli, Scotto, 1566) – in Antonio Cervone, Il letterato Giovanni Tarcagnota, «Gazzetta di Gaeta», a. x, n. 4, 25 aprile 1982, pp. 13-16, e a. x, n. 5, 25 maggio 1982, pp. 6-11, poi confluiti con altre ricerche nel più organico Id., Giovanni Tarcagnota, Russo, Caserta, 1984 (in cui per la prima volta compaiono documenti interessanti relativi ai lavori commissionati al Tarcagnota dall’Universitas Civitatis Cajetae, non ultimo quello sui fuochi, che è un tassello importante per ridefinire la validità dello pseudonimo di Andrea Palladio adottato dal nostro in alcune pubblicazioni) e in Gaetano Andrisani, Giovanni Tarcagnota, in Diario Casertano. Persone e vicende, Gaeta, Quaderni della Gazzetta di Gaeta, 1994, pp. 241-253, che però pecca di dipendenza eccessiva dagli studi di Cervone e comunque non tocca le problematiche essenziali della produzione tarcagnotana. Lo stesso si può dire per Franco Strazzullo, Saggio introduttivo a Giovanni Tarcagnota, Del sito et lodi de la città di Napoli […], edizione anastatica, Napoli, Benincasa, 1998, che si rifà agli studi di Cervone senza nulla aggiungere, se non l’auspicio che in futuro si possano rintracciare lettere e/o testimonianze che rendano l’argomento più chiaro.
Un discorso a parte, perché puntuale dal punto di vista dello studio bibliografico e finalmente efficace dal punto di vista della presentazione dei dati biografici, merita invece il volumetto curato da Carlo Magliozzi, Contributo alla bibliografia della Provincia di Latina. Due eruditi del xvi secolo: Giovanni Tarcagnota da Gaeta e Giovanni Andrea Gesualdo da Tratetto, Napoli, Lit. Editrice A. De Frede, 1999, che raccoglie tutti i frontespizi delle opere tarcagnotane, dando così una veste organica e definitiva al corpus delle opere, illustra i contenuti salienti di ogni opera e elabora alcune ipotesi nuove sulla sua biografia derivandola dall’attività letteraria.
Su queste basi, incrociando la lettura dei privilegi trameziniani allegati alla sua produzione a stampa con alcuni dati documentari scoperti negli archivi gaetani e fiorentini e con alcune tracce autobiografiche che l’autore stesso ha lasciato in alcune pagine della propria produzione, ha orientato la questione biografica verso nuovi riscontri Gennaro Tallini, «Per dovere anco italiani suoi figliuoli lasciarne». Coordinate bio-bibliografiche per Giovanni Tarchagnota (1508-1566), seminario, 24 novembre 2011, Dipartimento di Studi Italianistici, Facoltà di Lettere e Filosofia, Università di Pisa, a.a. 2010/2011, poi condensato in Id., Giovanni Tarcagnota da Gaeta, voce del Dizionario Biografico degli Italiani, in preparazione, e successivamente (ampliato con altri dati sull’adozione degli pseudonimi Lucio Fauno, Lucio Mauro e Andrea Palladio) in Id., «Maestrevole essempio de la vita commune». Storia, antiquaria, tradizione e imitazione dell’antico nella produzione a stampa di Giovanni Tarcagnota da Gaeta (1518-1566), tesi di Dottorato di Ricerca, relatore prof. Giorgio Masi, correlatore prof. Sergio Zatti, Dipartimento di Studi Italianistici, Università di Pisa, in elaborazione. Infatti ha spostato al 1508 il termine ante quem della nascita, coerentemente con le affermazioni autobiografiche presenti nelle Historie del mondo, e, pur conservando il 1566 come termine ante quem della data della morte, ha precisato che la lapide anconitana che porta questa data si deve considerare solo un’epigrafe commemorativa e non la pietra tombale vera e propria (sulla questione cfr. il preziosissimo Lucio Lume, L’archivio storico di Dubrovnik. Con repertorio di documenti sulle relazioni della repubblica di Ragusa con le città marchigiane, Roma, Quaderni della Rassegna degli Archivi di Stato, 1977). Si ridefiniscono, altresì, i rapporti con gli editori Tramezino e si ricostruiscono quelli, sinora mai documentati, con i letterati del gruppo farnesiano della metà del secolo.
Su questo versante, i rapporti letterari e professionali del Tarcagnota, sulla base delle nuove ricerche documentate, si muovono tra Roma (al seguito di Galaezzo Florimonte e intorno all’Accademia dei Vignaiuoli all’incirca dal 1530 al 1541), Venezia (tipografia di Michele Tramezino, dal 1542 al 1548), di nuovo Roma (circoli farnesiani, bottega romana dei Tramezino e Accademia Vitruviana dal 1548 al 1554) e Napoli (segretariato nella burocrazia del viceregno, dal 1554 al 1566). Solo analizzando tali spostamenti è possibile ricostruire correttamente i rapporti che egli ha intessuto con i letterati della sua epoca e ricostruire la loro influenza sulla sua produzione.
I rapporti con casa Venier e la bottega veneziana dei Tramezino sono stati indagati in Gennaro Tallini, Devozioni mariniste. Fonti cinquecentesche nell’Adone di Marino, «Rivista di Studi Italiani», xxiv, 1, 2006, pp. 31-55, e in Id., Tradizione familiare e politiche editoriali nella produzione a stampa dei Tramezino veneziani (1536-1592), «Studi Veneziani», lx, 2010, pp. 53-78, mentre la partecipazione alle vicende romane dell’antiquaria e dei mirabilia Urbis, nonché l’identificazione del nostro con lo pseudonimo di Andrea Palladio (sulla base delle affermazioni di Pirro Ligorio pubblicate nel 2007 da Carmelo Occhipinti in www.sns.pico.it/ligorio,[3] sono state analizzate e studiate in Gennaro Tallini, Paradigmi di compatibilità per la corretta attribuzione delle Antichità di Roma di Andrea Palladio (Roma, Lucrino, 1554), seminario, 2 dicembre 2011, Dipartimento di Studi Italianistici, Facoltà di Lettere e Filosofia, Università di Pisa e ora in approfondimento. In precedenza, Margaret Daly Davis e Christian Davis, nel curare l’edizione critica di Lucio Fauno, “Alli lettori”, in Delle antichità della città di Roma, raccolte e scritte da M. Lucio Fauno con somma brevità, et ordine, con quanto gli Antichi ò Moderni scritto ne hanno Libri v (Venezia 1548), mit fünf Abbildungen herausgegeben und kommentiert von M. Daly Davis und Ch. Davis, «Fontes 13», 2008, [www.archiv.ub.uni-heidelberg. de/artdok/volltexte/2008/580], avevano correttamente posto l’accento sulle questioni centrali dell’opera antiquaria e volgarizzatrice di Tarcagnota (alias Lucio Fauno) nel rapporto con le fonti antiche e umanistiche e sulla già conosciuta querelle sulla posizione del foro romano all’origine dello scontro con Pirro Ligorio.
La questione bibliografica è stata invece affrontata, solo per le pubblicazioni trameziniane, ormai da un quarantennio, da Alberto Tinto, Annali tipografici dei Tramezino, Firenze, Istituto Editoriale Roma-Venezia, 1968, e quantitativamente analizzata in Gennaro Tallini, Tra studio e bottega. Coordinate bio-bibliografiche per Giovanni Tarcagnota da Gaeta (1508-1566), «La Bibliologia», 6, 2011, pp. 15-42 (in corso di stampa).
Edizioni moderne
Nonostante la gran mole di titoli, solo poche opere sono state ristampate in epoca moderna: la Favola d’Adone, il commento a Le tre vite di Marsilio Ficino, le carte geografiche di Roma antica realizzate per Tramezino in collaborazione con Pirro Ligorio nel 1552 e 1553 (sulla questione cfr. ancora G. Tallini, Paradigmi di compatibilità…, cit.), il Del sito et lodi del 1566 e i volgarizzamenti di Plutarco.
La Favola d’Adone, componimento in ottave che Giovan Battista Marino utilizzerà come canovaccio per il proprio Adone, ha avuto una prima edizione critica (completa di analisi dei passi più importanti presenti nell’opera del Napoletano) in Angelo Borzelli, L’Adone di Giovanni Tarchagnota da Gaeta, Napoli, Tipografia di Gennaro M. Priore, 1898. Una nuova edizione critica, che sottolinea il rapporto tra i caratteri cinquecenteschi dell’opera e le sue fonti antiche e rinascimentali, si trova in Gennaro Tallini, La Favola d’Adone da G. Tarcagnota a G. B Marino. Studi sulla letteratura del basso Lazio tra Rinascimento e Barocco, Pescara, Libreria dell’Università Editrice, 2002. Il confronto tra la Favola tarcagnotana e le quasi coeve Stanze nella favola d’Adone di L. Dolce (1545) e G. Parabosco (1553) è compreso invece in Ludovico Dolce, Giovanni Tarcagnota, Girolamo Parabosco, Stanze nella Favola d’Adone, a cura di G. Tallini, Edizioni Plus – Pisa University Press, in preparazione.
Per le carte geografiche, in particolare quelle composte con la collaborazione di Pirro Ligorio (assegnate a Tarcagnota anche sulla base della lettura dei privilegi concessi da Giulio iii a Michele Tramezino per la loro incisione in rame e in origine allegate alle Antichità di Roma edite negli stessi anni) sono citate e descritte in Alberto Tinto, Annali tipografici dei Tramezino, cit., pp. 44 e 47. Ulteriori contributi in C. Huelsen, Saggio di bibliografia ragionata delle piante iconografiche e prospettiche di Roma dal 1551 al 1748, «Archivio della Reale Società Romana di Storia Patria», xxxviii, Roma, 1915, n. 10 e n. 15; Carlo Scaccia Scarafoni, Le piante di Roma possedute dalla Biblioteca dell’Istituto e dalle altre Biblioteche governative della città, Roma, Regio Istituto di Archeologia e Storia dell’Arte, 1939, n. 143; Roberto Meli, Raccolta di carte geografiche incise nella seconda metà del secolo xvi possedute dalla Biblioteca Alessandrina di Roma, Roma, Società Geografica Italiana, 1918, n. 7, e Roberto Gallo, Carte geografiche cinquecentesche a stampa della biblioteca Marciana e della biblioteca del Museo Correr di Venezia, Venezia, 1954, n. 29. Sullo stesso argomento, ma con ben altra precisione e coerenza di metodo bibliografico, cfr. il sempre valido Roberto Almagià, Carte geografiche a stampa di particolare pregio o rarità nei secoli xvi e xvii, esistenti nella Biblioteca Apostolica Vaticana, Città del Vaticano, Monumenta Cartographica Vaticana, ii, 1948, pp. 115-123, che cita per primo i nomi degli incisori (Georgius Lilius Anglius per la carta del 1552 e Du Bos per quella dell’anno successivo) e avanza prime ipotesi sulla collaborazione “a quattro mani” tra Tarcagnota e Ligorio (con il primo che identifica la topografia dei monumenti e il secondo che progetta i disegni e l’alzato, il che conferma la rigida divisione dei compiti tra i poligrafi attivi nella bottega Tramezino).
La questione degli interessi cartografici e antiquari dell’autore è stata successivamente ripresa in alcuni studi sulla topografia della Napoli cinquecentesca: Franco Strazzullo, Edilizia e urbanistica a Napoli dal ’500 al ’700, Napoli, Berisio, 1978, che ha avuto il pregio di aprire la strada ad una riflessione ampia sul vedutismo, e poi in La città di Napoli tra vedutismo e cartografia. Piante e vedute dal xv al xix secolo, a cura di G. Pane e V. Valerio, Napoli, Grimaldi & C., 1987, che ha assegnato alle descrizioni tarcagnotane un’importanza decisiva per ricostruire il centro storico della città prima delle trasformazioni architettoniche e topografiche volute da Pedro de Toledo a partire dal 1532. In precedenza era apparso l’interessante Christian Huelsen, Das speculum romane magnificentiae des Antonio Lafreri, in Collectanea variae doctrinae Leoni S. Olschki […] Sexagenario obtulerunt Ludwig Bertalot et al., Monachi, Rosenthal, 1921, che forniva un primo resoconto dettagliato delle attività e delle collaborazioni all’interno della bottega tipografica trameziniana. Successivamente anche Paul S. Leicht, L’editore veneziano Michele Tramezino ed i suoi privilegi, in Miscellanea di scritti di bibliografia ed erudizione in memoria di Luigi Ferrari, Firenze, Olschki, 1952, pp. 357-367, affronta la questione dei collaboratori dei fratelli Tramezino e assegna un ruolo di preminenza a Tarcagnota e Mambrino Roseo. Ulteriore luce sui poligrafi attivi nella bottega e sui rapporti tra Michele Tramezino e suo nipote Giuseppe, Tarcagnota, Antonio Massa e Michele Membrè viene da I documenti turchi dell’Archivio di Stato di Venezia, con l’edizione dei regesti di A. Bombaci, a cura di M. P. Pedani Fabris, Roma, Ministero per i Beni Culturali e Ambientali, Ufficio Centrale per i Beni Archivistici, Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato – Libreria dello Stato, 1994, che contiene documenti importantissimi per la comprensione, non solo dell’attività dei poligrafi nel contesto della bottega di riferimento, ma anche per determinare quale tipo di attività non letteraria svolgessero alle dirette dipendenze della Serenissima come dragomanni.
A coronamento di questo percorso giunge, ritornando alla Napoli cinquecentesca, l’edizione anastatica del postumo Giovanni Tarcagnota, Del sito et lodi de la città di Napoli […], Napoli, Scotto, 1566, con introduzione di F. Strazzullo, Napoli, Benincasa, 1998, che mette a fuoco i problemi di individuazione dei luoghi e dei toponimi e permette di creare un collegamento con la seconda parte delle Historie del mondo, provvisoriamente concluse al 1513. Infatti nell’opera si ricostituisce un filo narrativo che, partendo dal 1468, si ricongiunge alle Historie, ne prolunga l’esposizione fino all’elezione di Pio v il 6 gennaio 1566 e si pone come termine post quem per la data di morte (stando alla nota Alli lettori che il tipografo Gio. Maria Scotto aggiunge alla propria stampa).
Ha conosciuto un rinnovato interesse nell’ultimo trentennio del Novecento il volgarizzamento delle Tre vite ficiniane, quasi sicuramente fondato sull’edizione latina del 1489 (se ne veda adesso l’edizione critica Marsilio Ficino, De vita libri tres, krit. app. erklarende ammerkungen, namenregister und nachwort von M. Plenner, nach dem manuskript ediert von F. Klein-Franke, Hildesheim – New York, Olms, 1978). Due edizioni ripropongono la princeps del 1548: Marsilio Ficino Fiorentino filosofo eccellentissimo de le tre vite […], edizione in fac-simile dell’edizione Tramezino, Venezia, 1548, a cura di A. Galli, Como, Martegani, 1969, che presenta riscontri significativi con l’edizione del testo latino appena citata, e Marsilio Ficino, De vita, a cura di A. Biondi e G. Pisani, Pordenone, Edizioni Biblioteca dell’Immagine, 1991, che invece dimostra di aver utilizzato in più punti la lectio tarcagnotana, ricorrendo alla trasposizione del volgarizzamento dall’autore gaetano.
Di diversa importanza sono le molteplici edizioni moderne de L’Antichità di Roma di M. Andrea Palladio. Racolta breuemente da gli auttori antichi, & moderni Nouamente posta in luce, in Roma, appresso Vincenzo Lucrino, 1554 (sulla paternità del testo si rimanda ancora a G. Tallini, Paradigmi di compatibilità…, cit.). Fra le più importanti (e decisive per la formazione del canone palladiano) citiamo le Antiquitates urbis Romae ab Andrea Palladio ex veterum & recentiorum authorum scriptis breviter collectae. Quibus adjicitur tractatus de veterum focis, Oxonii, e Theatro Sheldoniano, 1709, e le due edizioni veneziane del 1711 (Dell’antichità di Roma di Andrea Palladio. Raccolta breuemente da gli autori antichi e moderni. Aggiuntoui vn discorso sopra i fuochi de gli antichi, in Venetia, per Domenico Lovisa) e del 1735 (Delle Antichità della città di Roma. Raccolte e scritte da M. Lucio Fauno con somma brevità & ordine, con quanto gli antichi ò moderni scritto ne hanno, in Novo thesaurus antiquitatum Romanorum congestus ab Alberto Henrico Sallengi, vol. i, Venezia, Gio. Bat. Pasquali, 1735, pp. 35-129), che spacciano l’opera per il capolavoro della scienza architettonica palladiana.
A livello di guida turistica (ancora oggi così intesa nel mondo anglo-sassone) rimane la pubblicazione del testo ne Le cose maravigliose della città di Roma con gran studio ricercate, dove si tratta delle chiese, stazioni, reliquie, e corpi santi, con la guida romana, […] arricchite delle memorie sacre fatte da Clemente 8. […] e della notizia delle sette maraviglie del mondo, […] Aggiuntovi Le antichità di Roma […] e di nuovo corrette, ampliate, ed ornate,
in Roma, nella stamperia di Giovanni Zempel presso Monte Giordano, si vendono in Piazza Navona nella Libraria all’Insigna del Morion d’oro, 1750: volume prodotto in occasione del Giubileo di quell’anno e iscritto nella lunga tradizione dei mirabilia Urbis, vero e proprio genere letterario già ricco all’epoca della grande stagione della protostampa romana.
Delle edizioni più recenti segnaliamo Andrea Palladio, Scritti sull’architettura (1554-1579), a cura di L. Puppi, Vicenza, Neri Pozza, 1988, che presenta un’interessante confronto tra l’edizione romana di Lucrino e quella veneziana quasi contemporanea di Mattio Pagan dello stesso anno e pone interessanti questioni sulle fonti dei circoli farnesiani ruotanti intorno ad Antonio Agustin, Claudio Tolomei e lo stesso papa Paolo iii e a cui afferiscono anche Trissino e Badoer, mecenati del vero Palladio. Sulla stessa scia si pone anche Andrea Palladio, L’antichità di Roma (1567), a cura di F. P. Fiore, Milano, Il Polifilo, 2006. Entrambi gli studi però, dando per scontato che l’autore sia proprio l’architetto padovano e non altri e ancora all’oscuro dei documenti ligoriani, non si accorgono delle differenze fondamentali tra le edizioni Lucrino e Blado, a cominciare da una lacuna nella nota introduttiva («[…] essermi venuto non so come alle mani un certo libreto intitolato: Le cose meravigliose di Roma, tutto pieno di strane bugie […]») che diventa essenziale se collocata nella sua giusta sede (in merito, cfr. ancora G. Tallini, Paradigmi di compatibilità…, cit.). Successiva a queste edizioni, ma senza novità particolari, è Andrea Palladio, L’antichità di Roma, Roma, Dedalo Editrice, 2009, che riproduce la sheldoniana senza nessun valido criterio filologico.
Questioni critiche, studi su singole opere, saggi
Il rinnovato interesse per Tarcagnota, sulla scia degli studi borzelliani, trova nuovi momenti di riflessione critica nelle pagine di Arturo Graf, I pedanti nella letteratura del Cinquecento, in Attraverso il Cinquecento, Loescher, Torino, 1916, pp. 189-205, che si occupa di chiarire la fortuna del poligrafo nell’ambiente in cui agisce, e Giovanni Getto, Barocco in prosa e in poesia, Firenze, La Nuova Italia, 1963, pp. 23-25, e a cura dello stesso, Marino e i marinisti, vol. i, Torino, UTET, 1954, p. 63, in cui si dichiarano, ma senza approfondire le proposte di Borzelli, le dipendenze di G. B. Marino dalla Favola d’Adone tarcagnotana.
Sul fronte del rapporto con l’area aurunca, con i letterati suoi conterranei (Minturno, Nifo, Gesualdo, de Vio) e con i centri culturali di Napoli e Roma, in una lettura geoletteraria e regionalizzata s’inserisce invece Gennaro Tallini, Per una letteratura regionale del basso Lazio tra rinascimento e barocco, «Civiltà Aurunca», 37, 1998, pp. 16-42, successivamente ampliato in Id., Storia della Letteratura Aurunca nel Cinquecento, Istituto Nazionale di Studi sul Rinascimento Meridionale, Napoli, presso l’istituto, 2008, che segnala l’influenza del pensiero di Agostino Nifo in alcuni volgarizzamenti (Galeno e Plutarco), mentre per i concetti di bello, ornato e grazia e per il modello petrarchista la fonte più diretta e vicina alla poetica tarcagnotana rimane Antonio Minturno, L’Arte poetica, Venezia, Vavassori, 1564.
Il clima di casa Venier e l’ambiente veneziano in cui Tarcagnota agisce tra il 1542 e il 1548 è stato invece indagato in G Tallini, Devozioni mariniste, cit., sulla base degli studi condotti sul madrigale veneziano e sulle accademie musicali da Martha Feldman, Venice and madrigal in the midsixteenth century, University of Pennsylvania, 1987 e Id., City culture and madrigal in Venice, Berkeley, University of California Press, 1995.
Sulla questione pseudo-palladiana si vedano anche Margaret Daly Davis, Andrea Palladio’s ‘Antichità di Roma’ of 1554, «Pegasus. Berliner Beiträge zum Nachleben der Antike», 9, 2007, pp. 151-192, Ead., Two early “Fundberichte”: Lucio Fauno and the study of antiquities in Farnese Rome, in Opere e giorni, a cura di K. Bergdolt, Venezia, Marsilio, 2001, pp. 525-532, e Andrea Palladio, L’Antichità di Roma. Raccolta brevemente da gli auttori antichi, et moderni. Nuovamente posta in luce (Rom 1554), heraus. eingeleitet und kommentiert von M. Daly Davis, mit zwei Abbildungen und einem Anhang, «Fontes 41», 25 Juli 2009 [www.archiv.ub.uni-heidelberg.de/artdok/volltexte/2009/839], in cui si afferma che, a prescindere dalla completa attendibilità delle affermazioni ligoriane, almeno è assodato che a comporre Le antichità di Roma non è stato Andrea Palladio architetto, ma qualcuno che, da letterato provetto e ottimo conoscitore delle fonti storiografiche e antiquarie antiche e umanistiche, altro non ha fatto se non un collage di fonti che vanno da Biondo a Fauno, da Andrea Fulvio a Marliano, da Plinio e Dionigi di Alicarnasso ad Alberti e altri, senza nessun apporto significativo.
Manoscritti
Antichità di Roma, perduto [circa 1535].[4]
Biblioteca Civica “Bertoliana”, Vicenza, mss. 383-388.[5]
Archivio di Stato di Firenze, Mediceo del Principato, b. 434, c. 393, lettera di Metello Tarcagnota al Granduca di Toscana, 15 settembre 1554.[6]
Opere a stampa
Al catalogo delle opere di Giovanni Tarcagnota aggiungiamo anche gli scritti di antiquaria composti sotto lo pseudonimo di Lucio Fauno, Lucio Mauro e Andrea Palladio, in questo ultimo caso però, ci limitiamo all’attribuzione delle sole Antichità di Roma e alle loro non poche versioni latine. Viceversa, abbiamo indicato tra parentesi quadre tutte quelle opere su cui il nostro lavoro di ricerca è ancora in progress. Per queste edizioni, nonché per lo studio approfondito dell’edizione Tramezino/Sessa della Favola d’Adone, rimandiamo al nostro «Maestrevole essempio de la vita commune»…, cit., in elaborazione.
Accreditiamo con certezza al Tarcagnota la traduzione di una parte delle Vite de diece imperatori […](Venezia, Tramezino, 1544), compiuta con la collaborazione di Mambrino Roseo e sinora assegnata allo stesso Michele Tramezino. Possiamo dare per certa l’attribuzione poiché essa è citata nell’atto notarile con cui Michele Tramezino il Giovane, il 21 luglio 1582, si accorda con i parenti romani per stampare alcuni volumi e realizzare diverse incisioni.[7] Sull’attribuzione, del resto, ancora Alberto Tinto (Annali…, cit., p. xxi, n. 1) aveva sollevato più di un dubbio, criticando l’affermazione di Melzi (Dizionario, cit., t. i, p. 398, che a sua volta citava gli Zibaldoni inediti di G. Merati) secondo cui la traduzione delle Favole di Esopo (stampata da Tramezino nel 1544), dell’Historia Ecclesiastica e della Preparazione Evangelica di Eusebio di Cesarea (edite rispettivamente nel 1547 e nel 1550) e delle Historie di Eutropio (sempre 1544) erano proprio di mano dell’editore veneziano.
Il catalogo, disposto in serie diacronica, è stato ricostruito, per motivi di brevità espositiva, non in maniera dettagliata, ma elencando le sole opere pubblicate in vita e segnalando in calce le relative ristampe. Il vuoto documentale relativo a tutto il xix secolo è dovuto, da un lato, alla mancanza di notizie certe sulla riedizione delle opere tarcagnotane secondo gli originali cinquecenteschi, dall’altro, alle scarse e non sempre attendibili schede bibliografiche dei cataloghi storici, questi ultimi non sempre facilmente reperibili né visionabili celermente da quando i cataloghi delle biblioteche sono on-line.
Nel complesso, sommando tutte le edizioni e ristampe pubblicate con il proprio nome e con i diversi pseudonimi, abbiamo 139 titoli di cui 28 editiones principes e 111 ristampe, che, suddivise per i diversi pseudonimi, danno i seguenti risultati: ps. Andrea Palladio (2 titoli con 57 ristampe: il 40.71% del totale), Lucio Fauno (10 titoli e 23 ristampe: 23.57%), Lucio Mauro (5 titoli e 6 ristampe: 7.85%) e Giovanni Tarcagnota (14 titoli e 23 ristampe: 24.28%). È evidente che proprio il titolo pseudo-palladiano è quello che raccoglie il maggior numero di edizioni, poiché copre il doppio delle altre prese singolarmente, ma è anche vero che queste, sommate insieme, raggiungono comunque un consistente 48% circa. L’altro dato che colpisce riguarda la frequenza editoriale che nel 1543, nel 1554 e nel 1562 supera abbondantemente la decina di pubblicazioni e si mantiene sempre su di una media di ca. 10 titoli l’anno avendo pubblicato in soli 24 anni 28 titoli originali per una media di 2 pubblicazioni l’anno e quasi otto (7.9) ristampe l’anno, numero che difficilmente trova rivali nel panorama cinquecentesco. L’unico che forse potrebbe rivaleggiare con Tarcagnota è il suo sodale Ludovico Dolce, che dispiega numeri analoghi soprattutto nel campo delle ristampe.[8]
I numeri sono compendiati nella tabella seguente.
anno
edizioni
ristampe
postume
anno
edizioni
ristampe
postume
totale
1542
2
6
1552
2
0
1543
4
19
1554
2
57
1544
2
0
1556
2
2
1548
3
4
1560
1
2
1549
3
0
1562
1
12
1550
1
2
1563
1
0
1551
1
6
1566
2
1
1
totali
16
37
totali
11
74
1
139
Ed ora gli annali.
1542
Gli costumi, le leggi, et l’usanze di tutte le genti: divisi in tre libri: raccolte, qui insieme da molti illustri scrittori, per Giovanni Boemo e tradotti per il Fauno, in Venetia, per Michele Tramezino.
Venezia, Tramezino, 1549
Venezia, Francesco Lorenzini, 1560
Venezia, Bonadio, 1564
Venezia, per Girolamo Giglio appresso Giacomo Corneti, 1585.
Roma Ristaurata et Italia illustrata di Biondo da Forlì. Tradotte in buona lingua volgare per Lucio Fauno, in Venezia, Michele Tramezino.
Venezia, Tramezino, 1548.
1543
Le vite di Plutarco, ridotte in compendio per m. Dario Tiberto da Cesena, e tradotte alla comune utilità di ciascuno per L[ucio] Fauno in buona lingua volgare, in Venezia, per Michele Tramezino.
Venezia, Tramezino, 1543.
Le Historie del Biondo da la declinatione de l’impero di Roma, insino al tempo suo (che vi corsero circa mille anni). Ridotte in compendio da Papa Pio; e tradotte per Lucio Fauno in buona lingua volgare, Venezia, Michele Tramezino.
Venezia, Tramezino, 1544
Venezia, Tramezino, 1547
Venezia, Tramezino, 1549
Venezia, Tramezino, 1550.
Alcuni opuscoletti de le cose morali del divino Plutarco in questa nostra lingua nuovamente tradotti, in Venezia, per Michele Tramezino.[9]
Venezia, Tramezino, 1544
Venezia, Tramezino, 1549
Venezia, per Girolamo Giglio, 1559[10]
Venezia, per Girolamo Giglio e compagni, 1560[11]
Venezia, Comin da Trino, 1567
Venezia, Fioravante Prati, 1598
Venezia, Giovan Battista Combi, 1625.
Il Platina delle vite et fatti di tutti i sommi pontefici romani, cominciando da Cristo infino a Sisto Quarto. Con la giunta di tutti gli altri Pontifici infino a Paulo terzo Pontefice massimo, in Venezia, per Michele Tramezino.[12]
Venezia, Tramezino, 1562
Venezia, Tramezino, 1563
Venezia, Giovanni Maria Bonelli, 1552
Venezia, Lorenzini da Turino, 1560
Venezia, Comin da Trino, 1565
Venezia, per Iacomo Leoncino, 1572
Venezia, per Giovanni da Picchi e fratelli, 1578
Venezia, Domenico Farri, 1583.
1544
Roma trionfante di Biondo da Forlì tradotta pur hora per Lucio Fauno di latino in buona lingua volgare, in Venezia, per Michele Tramezino.
Venezia, Tramezino, 1548.
Le vite dei diece imperatori incominciando dal fine di Svetonio nella lingua italiana tradotte per Mambrino Roseo da Fabriano, in Venetia, Michel Tramezino.[13]
1548
Seconda parte de le cose morali di Plutarco, recate pur hora nella nostra lingua da m. G. Tarcaniota. Con la tavola di tutto quello che si contiene nell’opera, in Venezia, Michele Tramezino.
Marsilio Ficino Fiorentino filosofo eccellentissimo de le tre Vite, cioè a qual guisa si possano le persone letterate mantenere la sanità. Per qual guisa si possa l’huomo prolungare la vita. Con che arte, e mezzi ci possiamo questa sana e lunga vita prolungare per via del cielo. Recato tutto di latino in buona lingua volgare. In Venezia, per Michele Tramezino.[14]
Venezia, Giunti, 1568
Como, Martegani, 1969
Pordenone, Edizioni dell’Immagine, 1991.
Lucio Fauno. Delle Antichità della città di Roma. Raccolte e scritte da M. Lucio Fauno con somma brevità & ordine, con quanto gli antichi ò moderni scritto ne hanno, Libri v, in Venezia, per Michele Tramezino.
Venezia, Tramezino, 1552
Venezia, Tramezino, 1553.
1549
Di Galeno Delli mezzi, che si possono tenere per conservarci la sanità. Recato in questa lingua nostra da M. Giovanni Tarcaniota, in Venetia, per Michele Tramezino. [In coda all’opera è collocata la traduzione, sempre ad opera di Tarcaniota, di Cornelio Celso, Come si debba governare chi è sano (c. 157)].
Di Galeno a che guisa si possano e conoscere e curare le infermità dell’animo. Recato in questa lingua nostra da M. Giovanni Tarchagnota, in Venezia, per Michele Tramezino.
De antiquitatibus vrbis Romae ab antiquis novisque auctoribus excaeptis, & summa brevitate ordineque dispositis per Lucium Faunum, Venetiis, apud Michelem Tramezinum.
1550
L’Adone di M. G. Tarcaniota, Venezia, Tramezino.
Napoli, Priore, 1898
Pescara, Libreria dell’Università Editrice, 2002.
1551
Avisi di coloro che hanno cura d’anime, del reverendiss. s. don Gio. Bernardo Dias di Lugo, Vescovo di Calahorra, et della Calzada. Opera utilissima tratta dalla lingua spagnola in questa nostra da M. Giouan Tarcaniota, in Venezia, appresso Michele Tramezino.
Venezia, Gerolamo Cavalcalupo, 1564
Venezia, Gerolamo Cavalcalupo, 1565
Venezia, Girolamo Scotto, 1566
Venezia, Francesco Franceschini & Iseppo Martelli, 1566
Venezia, per Vincenzo de Sabio a istanza di Tomaso Bozola, 1567
Novara, Francesco Sesalli, 1583.
1552
Compendio di Roma antica raccolto e scritto da M. Lucio Fauno con somma brevità & ordine, con quanto gli antichi ò moderni scritto ne hanno, in Venezia, Michele Tramezino.
Statuta, privilegia et consuetudines civitati Cajetae.
1554
Lantichita [sic] di Roma di m. Andrea Palladio. Raccolta breuemente da gli auttori antichi, & moderni. Nouamente posta in luce, in Venetia, per Matthio Pagan, in Frezaria all’insegna della fede.
L’Antichità di Roma di M. Andrea Palladio. Racolta breuemente da gli auttori antichi, & moderni Nouamente posta in luce, in Roma, appresso Vincenzo Lucrino
Venetia, per Matthio Pagan, in Frezaria all’insegna della fede, 1555
Roma, Valerio e Luigi Dorico, 1558
Roma, Blado, 1563[15]
Venezia, Varisco e compagni, 1565
Venezia, Francesco Portonari per Pellegrino Amador, 1565
Roma, Giulio Bolano degli Accolti, 1566
Roma, Giulio Bolano degli Accolti, 1567
Roma, Giulio Accolti, 1570
Roma, Bartholomeo Toso, 1570
Roma, Giovanni Osmarino, 1572
Roma, Giovanni Osmarino Gigliotto, 1573
Roma, appresso gli Heredi de gli Accolti, 1573
Roma, Giovanni Osmarino Gigliotto, 1574-1575
Roma, Vittorio Eliano, 1575
Roma, appresso gli heredi di Antonio Blado, 1575
Roma, Giovanni Osmarino, 1575
Venezia, s.e., 1575
Roma, Iosepe de los Angeles, 1575
Roma, Juan Osmarino Gilioto, 1575
Venezia, Rampazetto, 1575
Roma, Vicenzio Accolto, 1576
Roma, Giovanni Osmarino, 1579
Roma, Osmarino, 1582
Roma, Osmarino, 1585
Roma, Osmarino, 1587
Venezia, Fabio e Agostino Zoppelli, 1587
Roma, Tito e Paolo Diani, 1587
Roma, Gio. Martinelli, 1587
Roma, Francino, 1588
Roma, Hieronimo Francino, 1588
Roma, por Tito y Pablo Dianos, 1589
Roma, Vincenzo Accolti, 1589
Roma, Francino y Gardano y Coattini companeros, 1589
Roma, Vincentio Accolti, 1591
Roma, Francino, 1594
Roma, Facciotto, 1595
Roma, Facciotto, 1595[16]
Roma, Facciotto, 1596
Roma, Facciotto, 1599
Roma, Facciotto, 1600
Roma, Fei e Facchetti, 1600
Perugia, Petroiacomo Petrucci, 1600
Roma, Facciotto, 1606
Arras, Robert Maudhuy, 1612
Roma, Mascardi, 1612
Roma, Discepolo, 1612
Roma, Facciotto, 1616
Venezia, Varsico Varischi, 1617
Roma, Mascardi, 1622
Roma, Mascardi, 1625
Roma, Facciotto, 1629
Roma, Fei, 1650
Oxford, Sheldon, 1709
Venezia, Lovisa, 1711
Venezia, s.e., 1750
Milano, Il Polifilo, 2006
Roma, Dedalo, 2009
archiv.ub.uni-heidelberg.de/artdok/volltexte/2009/839 (2009).
1556
Le antichita de la citta di Roma. Breuissimamente raccolte da chiunque ne ha scritto, o antico o moderno; per Lucio Mauro, che ha uoluto particularmente tutti questi luoghi uedere: […] Et insieme ancho di tutte le statue antiche, che per tutta Roma in diuersi luoghi, e case particolari si veggono, raccolte descritte, per M. Vlisse Aldroandi, […], in Venetia, appresso Giordano Ziletti, all’insegna della Stella.
Venezia, Zilletti, 1558
Venezia, Zilletti, 1562.
Selua di varia lettione dall’auttore Pietro Messia di nuouo corretta, & aggiuntaui la quarta parte. Tradotta di Spagnuolo in Italiano, per Lucio Mauro […], in Venetia, appresso Giordano Ziletti, all’insegna della Stella.
1560
Oratorio de’ religiosi, et essercitio de’ virtuosi composto per lo illust. sig. don Antonio di Gueuara […] Nuouamente tradotto di spagnuolo in italiano da Lucio Mauro. […] Con due utilissime tauole l’una di tutte le materie […] & l’altra di tutte le autorita & figure che in esso si espongono, in Venetia, appresso Vincentio Valgrisi.
Venezia, Valgrisi, 1563
Venezia, Valgrisi, 1569.
1562
Delle istorie del mondo di M. G. Tarc. […], voll. i-iv, Venezia, appresso Tramezino.
Venezia, Tramezino, 1562 [con le Agionte di Mambrino Roseo]
Venezia, Tramezino, 1573
Venezia, Francesco e Michiel Tramezino, 1580
Venezia, Tramezino, 1582
Venezia, Giunti, 1585
Venezia, Giunti, 1586
Venezia, Giunti, 1592
Venezia, Francescho de Franceschi Senese, 1592
Venezia, Giunti, 1598
Venezia, Varisco, 1603
Venezia, Giunti, 1610
Venezia, Varisco Varischi e fratelli, 1617.
1563
Del monte Calvario composto dall’illustre signor don Antonio di Guevara, vescouo di Mondogneto, […] Nel qual libro tutti i misteri del monte Calvario si trattano, […] tradotto pur hora in buona lingua volgare dal Mauro, in Venezia, appresso Vincenzo Valgrisi.
1566
Del sito, et lodi della città di Napoli con una breve istoria de gli re suoi, Napoli, Giovanni Maria Scotto [postumo].
Francisco Lopez de Gomara, Historia dello scoprimento della Nuoua Spagna, et della grande et magnifica Citta di Messico, conquistata da don Fernando Cortese, marchese della Valle. Terza parte. Tradotta di lingua Spagnuola in Italiana, da Lucio Mauro. Nuouamente mandata in luce, in Venetia, appresso Giordano Ziletti, al segno della Stella.
Francisco Lopez de Gomara, La terza parte delle historie dell’Indie. Nella quale particolarmente si tratta dello scoprimento della prouincia di Incatan detta Nuoua Spagna […] & delle altre prouince ad essa sottoposte. Francisco Lopez de Gomara Nuouamente tradotta di lingua spagnola, da Lucio Mauro. Con la tauola delle cose piu notabili, che nella presente opera si contengono, in Venetia, appresso Giordano Ziletti, al segno della Stella.
Venezia, Barezzo Barezzi, 1599.
immesso in rete il 10 febbraio 2012
[1] Archivio di Stato di Firenze, Archivio Mediceo del Principato, b. 434, c. 393, lettera di Metello Tarcagnota al Granduca di Toscana, 15 settembre 1554. Archivio Comunale di Gaeta, Storico, Delibere comunali 1555-1588; Pergamene, 24 aprile 1555, 97, c. 278; Delibere del Decurionato (1846-1847), serie iii, reg. 10; Registro dei privilegi, 2 giugno 1620, reg. 2, p. 16; Centro Storico Culturale di Gaeta, Libro de’ Rationali, 1552-1594.
[2] Ponendo la data di nascita al 1490, non si giustificano né il periodo di formazione, né la durata stessa della vita. Il termine ante quem, infatti, è stato posto in maniera ingiustificata, con l’unico obiettivo di non concentrare in uno spazio di tempo piuttosto esiguo (all’incirca 66 anni, appunto) un numero relativamente alto di stampe, edite con il suo nome e con gli pseudonimi. Oltretutto, le più documentate tra le edizioni a stampa sono quelle pubblicate dai Tramezino (circa il 15% della produzione tipografica dell’intera bottega), concentrate tra il 1542 e il 1554 con le sole Historie risalenti al 1562 per un totale di 26 titoli e 21 ristampe (cfr. Gennaro Tallini, Tradizione familiare e politiche editoriali nella produzione a stampa dei Tramezino veneziani (1536-1592), «Studi Veneziani», lx, 2010, pp. 53-78). Dalle nostre ricerche invece, emergono dati completamente diversi che spostano la data di nascita intorno al 1508. Infatti, se prendiamo in considerazione quanto affermato dallo stesso autore in un passo delle Historie del mondo, abbiamo un dato di riferimento che ci permette di ottenere una prima data certa: «Fiorì in questo tempo Plutarcho Cheroneo Philosopho et Historico diligentissimo, e che fu a un certo modo maestro della vita di Traiano. Inde, chi bene le cose morali di questo Philosopho considera, vedrà, che alla gran bontà di Traiano non poco Plutarcho giovò. Egli mi piacquero in modo infino da li miei primi anni gli scritti di questo divino philosopho, che desideroso, che tutti li altri agevolmente il gustassero, una buona parte de’ suoi morali, non avendo venticinque anni ancora, recai nella lingua nostra» (Giovanni Tarcagnota, Historie, iii, l. xliii, c. 221v). Procedendo indietro nel tempo, 25 anni di studio ci portano, dal 1543, anno dell’edizione a stampa, al 1518 cui vanno sottratti i circa dieci anni di educazione primaria in cui sono insegnati i contenuti basilari del pensiero aristotelico e viene consigliata la lettura proprio delle opere plutarchee (Gennaro Tallini, Cronologia degli scritti e motivazioni didattiche nelle opere di Agostino Nifo durante il periodo pisano (1518-1523), in L’università toscana tra Quattrocento e Seicento, atti del convegno di studi, Fiesole 25 maggio 2001 e Firenze 26 maggio 2011, a cura di S. U. Baldassarri, Firenze, Le Lettere, in preparazione).
[3] «[…] Pertanto gli moderni interpreti per non avere memoria o per non avere fatta diligenza nell’antichi scrittori, o pure parendogli mille anni di prendere i danari et andare in stampa e per essere i primi giostranti hanno rotta la lancia et il scudo della Pers:norm( Fedeltà)Fedeltà, hanno detto che sono i Luogo:norm( Roma, Trofei di Mario)trofei di Mario, come non fussero stati altri trofei che quelli in Roma, che n’era tutta piena et ornata. Ordunque i primi che in tale errore si confusero in questa loro falsa oppenione fu Pers:norm( Leto, Pomponio)Pomponio Laeto et il Pers:norm( Biondo Flavio da Forlì)Blondo da Frulli, che non conoscevano i colli della città e presero il Luogo:norm( Roma, Colle Quirinale)colle Quirinale per le Luogo:norm( Roma, Colle Esquilino)Esquilie, con infiniti inconvenienti e di sciocchi errori. Doppo tale oppenione il dottissimo Pers:norm( Fulvio, Andrea)Andrea Fulvio vi cadde, e doppo questo Pers:norm( Marliani, Bartolomeo)Bartholomaeo Marliale milanese prese ancor esso la coda per lo capo delle cose, ha errato in questo et in molte cose principali. Dipoi questi, Pers:norm(Tarcagnotta, Francesco)Francesco Tarcagnotta Gaetano, studiando in Luogo:norm( Venezia)Venezia l’antichità di Roma, ha detto assai peggiore che l’altri, et ha egli finti tre autori che scriveno delle antichità, per fare le sue masticate antichità correre attorno per tutto, con credenza di non essere conosciuto, con fignere Pers:norm( Fauno, Lucio)Lucio Fauno, dipoi Pers:norm( Mauro, Lucio)Lucio Mauro, e per ultimo Pers:norm( Palladio, Andrea, architetto)il Palladio, che l’uno è il maestro scioccho, l’altro il discipulo, il terzo lo innormatore delle antichità e non vi manca altro che ’l resentimento che gli facci il cavallo su le spalle di Madonna Querela […]» (Pirro Ligorio, Antichità di Roma, Archivio di Stato di Torino, ms. a.ii.1, vol. 14, c. 10v). «Sin qui Pers:norm( Lucano)Lucano ce insegna dove era l’Luogo:norm( Roma, Erario)Aerario di Pers:norm( Saturno)Saturno, sotto l’incontro della Luogo:norm( Roma, Rupe Tarpea)Rupe Tarpeia, e non è dove l’hanno voluto locare il Pers:norm( Biondo Flavio da Forlì)Blondo, il Pers:norm( Fulvio, Andrea)Fulvio, il Pers:norm( Marliani, Bartolomeo)Merliano, Pers:norm( Leto, Pomponio)Pomponio Leto e Pers:norm(Fauno, Lucio)Lucio Fauno, el Pers:norm( Mauro, Lucio)Mauro et il Pers:norm( Palladio, Andrea, architetto)Palladio, che tutte tre sono nomi finti dal Tarcagnotta Gaetano, i quali vogliono che tale Luogo:norm( Roma, Tempio di Saturno)tempio di Saturno sia la Luogo:norm( Roma, S. Adriano)chiesa di Santo Adriano in Luogo:norm( Roma, Via Sacra)Via Sacra, ch’è il Luogo:norm( Roma, Volcanale)Volcanale, come è detto al suo luogo, e questo di Saturno era nel Luogo:norm( Roma, Vico Iugario)Vico Iugario, alla sudetta chiesa Luogo:norm( Roma, S. Salvatore)di San Salvatore oltre alla Consolazione opposta alla Rupe Capitolina et alla Rocca guardiana della città, e quivi sono trovate le tabole di bronzo […]» (Id., Antichità di Roma, Archivio di Stato di Torino, ms. a.ii.2, vol. 15, c. 132r). «[…] Contra al Fauno. Della Schola Augusta. Delli scriba librarii. Deh, quanta ignoranzia è stata ancora di quelli scrittori dell’antiquità che hanno voluto scrivere essendo senza cognizione alcuna di architettura, la quale arte può in questo tanto quanto possono le lettere. Per tanto loro non conoscendo un tempio d’una basilica, né quello delli Dei affeminati dagli altri, hanno presi infiniti granchi, e non conoscendo gli ordini dell’architettura né delli membri sui saputi li propri nomi, han scritto molte inezzie, e tra l’altre che hanno scritte han preso per capitello l’epistilio o vogliamo dire architrave » (Id., Antichità di Roma, Biblioteca Nazionale di Francia, ms. it. 1129, c. 32).
[4] Finora sconosciuto, la sua esistenza è documentata da un’affermazione dell’architetto Francesco de Marchi: «il Biondo da Forlì, nella descritione d’Italia, e il Fauno nelle Anticaglie di Roma, ne hanno parlato senza vederla; ma io che l’ho veduta, e tocca con mano, parlerò parte di quello che saprò» (Francesco de Marchi, Architettura militare, Brescia, 1599, c. 15r). Poiché il testo risale al 1535, questo significa che nel 1535 Tarcagnota aveva già preparato il volgarizzamento di Biondo e che era già conosciuto come scrittore di antiquitates. Dato che non esistono edizioni delle Antichità precedenti al 1552 e che la princeps della Roma trionfante è del 1542, dobbiamo per forza ritenere che a monte delle due opere si collochi un manoscritto che circolava molto prima delle stampe. Non solo, ma l’ingegnere papale, che mette in cantiere un tentativo di recupero simile a quello che l’Alberti aveva già tentato nel secolo precedente, affermando che Tarcagnota/Fauno ha discusso delle navi senza recarsi in situ, avvalora anche le affermazioni ligoriane sul metodo di lavoro di Tarcagnota. Per il tentativo di recupero effettuato da Leon Battista Alberti e Pompeo Colonna, rimandiamo a Flavio Biondo, Italia illustrata, edizione critica, introduzione e commento a cura di P. Pontari, tesi di dottorato di ricerca, Dipartimento di Studi Italianistici, Facoltà di Lettere e Filosofia, Università di Pisa, relatori G. Albanese e P. Floriani, Pisa, 2002, pp. 232-246.
[5] Copia del xviii secolo ca., riproduce alcuni passi che l’anonimo amanuense afferma aver tratto dal volgarizzamento di Plutarco (quasi sicuramente Alcuni opuscoletti de le cose morali del divino Plutarco. In questa nostra lingua tradotti. Nuovamente ristampati, & corretti: con la giunta di una tavola delle sentenze più notabili, che in quelli si contengono, in Venetia, per Girolamo Giglio, 1559, cc. 54r-69v, presente nella stessa biblioteca). A nostro parere, invece, e si sta indagando in questo senso, i brani ricopiati potrebbero anche derivare dal volgarizzamento dell’Esopo edito da Tramezino nel 1544 e finora attribuito con molti dubbi allo stesso editore.
[6] Segnaliamo tra i manoscritti anche questo documento da noi riportato alla luce perché, pur non essendo di mano di Tarcagnota, dimostra che Metello e Giovanni non sono la stessa persona come da molti si ritiene, bensì padre e figlio, con ciò avallando le note biografiche da noi proposte in «Per dovere anco italiani suoi figliuoli lasciarne», cit.
[7] «[…] De qui è che, costituto alla presentia di me nodaro et delli testimonij infrascritti, il sodetto messer Michel Tramezino, per tutti li nomi sopradetti et contenuti in detto istrumento, spontaneamente per sì, suoi eredi et successori, ha datto, cesso, et liberamente renontiato, si come da etc., ciede et liberamente renontia alla sopranominata madonna Cecilia Tramezina, benché absente ma per suo nome presente, stipulante et accettante l’egregio messer Zuanne Varisco, libraro al segno della Serena nella città di Venetia, et per suoi eredi et successori, tutte et cadaune raggion et attion di qualonque sorte che detto messer Michel ha, et li aspettano et competiscono in tutte le figure che si trovano in essere per conto delle predette stampe dei Tramezzini, cioè d’arme, sigilli et mitre de Pontifici et Cardinali, figure et copie delle Vite d’Imperatori tradote dal Tracagnota et altri, et parimente d’altre figure di cadauna sorte che detto messer Michel pretendeva haver ragione nella città di Roma, et Venetia, così per vigore de’ privilegij fin’hora ottenuti per causa di queste stampe come per qual si voglia altra causa et occasione a lui spettante et pertinente come di sopra per la sua portione […]» (ASVE, Sez. Not., atti, notaio Antonio Callegarini, reg. 3114, cc. 391r-393v).
[8] Cfr. Gennaro Tallini, Bibliografia delle opere di Ludovico Dolce e Girolamo Parabosco, in corso di elaborazione.
[9] Anche se nel titolo non compare il nome di Lucio Fauno è a lui che bisogna assegnare il volgarizzamento come chiaramente si evince dal privilegio di Paolo iii alla c. 2r.
[10] Nel colophon Antonio Massa è indicato come traduttore del solo vol. I, per questo è probabile che la traduzione del resto dell’opera sia stato equamente diviso con lo stesso Tarcagnota, il che avvalora l’idea da noi proposta della divisione del lavoro editoriale nelle botteghe veneziane.
[11] Nel colophon sono indicati i nomi dei traduttori (Antonio Massa e Joanni Tarchagnota) e la data della precedente edizione, il 1559; questa edizione altro non è, dunque, che ristampa della precedente. Mentre nella Princeps Geronimo Giglio dichiara come unico traduttore il solo Antonio Massa, nella ristampa, che viene datata erroneamente al 1559, segnala entrambi i traduttori.
[12] Anche in questo caso, pur figurando Onofrio Panvinio come curatore, il volgarizzamento va invece assegnato ancora a Lucio Fauno alias Tarcagnota, come si evince sempre dal privilegio di Paolo iii (c. 2r): «[…] Necnon epitomem vitarum Plutarchi, traductarum per Lucium Faunum: ac opuscula aliquot Plutarchi: et epitomem Papae Pij in Decades Blondi Flavij, eodem Lucio interprete, et Bartholomeum Platinam in Vitis Pontificum: opera omnia haec in linguam vulgarem Italam nuper versa, et traducta, hactenus non impressa: imprimi facere Venetijs intendat». Evidentemente Tarcagnota/Fauno compila la cronologia dei papi fino a Sisto iv mentre il veronese narra i successori fino alla sua epoca.
[13] Il volgarizzamento deve essere assegnata anche a Giovanni Tarcagnota e non solo a Mambrino Roseo, considerati gli accordi che Michele Tramezino il giovane stipula con i parenti romani: «[…] et li aspettano et competiscono in tutte le figure che si trovano in essere per conto delle predette stampe dei Tramezini, cioè d’arme, sigilli e mitre de Pontifici et Cardinali, figure et copie delle Vite d’Imperatori tradote dal Tracagnota et altri, et parimente d’altre figure di cadauna sorte che detto Michiel pretendeva haver ragione nella città di Roma, et Venetia, così per vigore de privilegij fin’hora ottenuti per causa di queste stampe come per qual si voglia altra causa et occasione a lui spettante et pertinente […]» (ASVE, Sezione Notarile, Atti, notaio Antonio Callegarini, reg. 3114, die sabbati 21 menis Julii 1582 ad Cancellum, cc. 391-393v). L’attribuzione è dunque evidente e il volume va considerato come frutto dell’attività e della collaborazione in bottega tra i vari poligrafi lì attivi.
[14] Il nome del traduttore, Giovanni Tarcagnota, si legge nella dedica ai lettori e nella tavola.
[15] A c. G10v il colophon: in Roma, per Antonio Blado stampatore camerale, 1563.
[16] L’editore romano, constatato il florido mercato dell’edizione, ormai saldamente attestata come guida completa alla città di Roma, edita due volte nello stesso anno Le antichità di Roma: la prima come volume a se stante e la seconda a completamento del solito De le cose meravigliose de la città di Roma.